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SEZIONE POESIA ADULTI
SARDEGNA DEL NORD OVEST
Liliana Saviozzi
A lungo illanguidì l’autunno
sui racèmi di erica e asfodèlo,dopo la gloria dell’estate
e la morte del cinghiale
fra trofei di mirto e rosmarino.
E poi, con le prime mareggiate
e la spiaggia esausta
grigia dei banchi delle alghe morte,
giunse l’inverno.
Dalla gola di Canalunga
correva libero il maestrale,
s’avventava sul colle del bunker
ululando lupigno sopra i cisti e le tane…
Ma poi, con le lepri di marzo,
venne la primavera.
Era lei che rideva
nel bianco incresparsi dell’acqua,
nel giallo e nel rosso dei corbezzoli
sulle balze del monte Timidone;
era lei nei richiami d’amore,
nei voli verso il sole dei colombi
sul mare aperto di Capocaccia;
era lei nei nidi oscillanti sui lecci
guatati dai gatti selvatici.
Sulla spiaggia correvano i giovani cani,
le orecchie ondeggianti, i fianchi cavi
come etrusche chimere;
i vecchi alzavano il muso
aprivano gli occhi cisposi
fiutando nel vento l’arcano ritorno.
SEZIONE NARRATIVA ADULTI
PIEDI IN TERRA
Laura Vicenzi
La guardavo incantato, quell’acqua rabbiosa fuggita da un pentolone, corsa di fuori imprecando sottovoce e sbuffando parole indicibili di zolfo bruciato. Impudente, sputacchiava lontano guano e uova marce, quelle covate inutilmente da galline malate. Bagnava di una pioggia scaldata da vampate una terra deserta, un paesaggio infernale.
La vecchia solfatara si era ubriacata nella notte dei tempi in cantinotte scure e adesso singhiozzava bruciori di stomaco. La giovane sorgente solforosa era uscita da un Luna Park dove i giri in giostra l’avevano rimestata tutta, scombussolata e inacidita.
Eppure quella terra liquida travestita d’acqua era proprio bella quando le passavano i bollori e creava pozze che sembrano fiori sconosciuti, macchie gialle di vernice in un dipinto ossidato in nero. Mi pareva di leggere tra i suoi segnali di fumo il desiderio proibito di stare buona, tranquilla, all’aperto, di scorrere lontano guardando il cielo, il sole, le stelle. A bassa voce, pregava di potersi dimenticare del fuoco, la strega che l’aveva trasformata in acqua solforosa.
Mentre scattavamo le foto, tutti con gli occhi degli obbiettivi puntati contro di lei, la giovane guida islandese guardava noi.
Avevo l’impressione di avere già incontrato quella ragazza pallida, lunare, con una voce per nulla resa rude dai suoni vichinghi, ma quasi angelica. Avrebbe benissimo potuto essere la protagonista della saga che avevo letto prima di partire per il mio viaggio nella terra del ghiaccio, e del fuoco.
Quei racconti che mi avevano accompagnato a volo d’uccello verso la mia meta, parlavano delle genti che anticamente abitavano la “Valle del salmone”, un popolo di amazzoni guerriere e di figure elfiche tutto al femminile. Era una loro discendente. Ne ero sicuro. Lei mi ha guardato con un lampo di cielo negli occhi che non avrei più scordato. Si era accorta che l’avevo capito.
Accanto a me, una signora francese di mezza età diceva preoccupata al marito che le pareva di aver sentito ruggire la terra sotto i piedi. Tutt’intorno alitavano sbuffi, soffi, borbottii. Poteva essere che qualche metro di terra più giù, il sistema vulcanico si fosse stancato della presenza di tutti quei turisti, e che stesse meditando di darci una scrollatina. Onde di terremoto, colonne di geyser che schizzano l’asfalto delle strade, ombra gelida di ghiacciai millenari, poteva bastare per il primo giorno.
Siamo tornati in gregge verso gli alberghi e le guest houses che faceva ancora chiaro, ma ero ormai consapevole che le mie coordinate di tempo e spazio avevano iniziato a vacillare già dal momento dell’atterraggio all’aeroporto. Come gli altri miei compagni di viaggio, avevo al polso un orologio ormai inutile e in più nella testa mi vorticava un ago magnetico impazzito.
Avevo scelto di proposito l’Islanda perché la trovavo una terra poetica. Non cercavo una terra da racconto, né campi addomesticati dalla metrica, volevo che mi colpissero forte schiaffi di immagini a contrasto, versi improvvisi urlati tra i cespugli d’erica, danze di colori a vernice spruzzati nel vento.
Li avrei racchiusi in scatoline di legno, ben pestati col mortaio in polverine colorate, profumate dal ricordo. Stesi sulla tavolozza, quei colori di terra mi sarebbero serviti per illuminare lo sfondo al mio primo romanzo.
La notte non era mai sorta, il giorno non era mai tramontato.
Bagnare il viso al mattino con l’acqua che sa di zolfo pareva un’immersione in un rito antico. Quella rugiada buona usciva dalle condutture già tiepida, ammorbidiva la pelle carezzandola, la preparava dolcemente al rasoio, non la insultava con schizzi dispettosi di cloro come succede da noi, nei casermoni grigi di città.
La meta del giorno aveva un nome impronunciabile, proprio da terra degli elfi. Mi sono perso volentieri, come un bambino, tra quei giardini di lava
pieni di cascatelle, grotte, boschetti nani e gatti randagi dai grandi occhi verdi. Il silenzio feroce dell’Islanda è rotto solo dal vento o da urla marine che ghiacciano il sangue. Lì in quel luogo fatato, sembrava invece ad ogni passo di udire alle spalle bisbigli e risolini.
La nostra guida, la mia Beatrice, ci aveva spiegato che in quel territorio confluivano energie geotermiche e magnetiche molto potenti e che quasi tutti gli islandesi, anche quelli che non credono alla presenza del popolo sotterraneo, sono molto consapevoli di vivere circondati da poteri e forze nascoste, in parte misteriose, e che li rispettano.
Risaliti sul fuoristrada, abbiamo vagato per ore tra deserti di sabbia nera, piatti paesaggi verdissimi spezzati da pennellate impazzite di rocce rosse e di gialli licheni. Sopra di noi, in un cielo sterminato vorticavano nuvole prima bianchissime, poi grigie di pioggia, poi cariche di neve. Viaggiavano ad alta velocità, chiamate a gran voce nelle stazioni delle montagne e poi del mare, guardando incantate dai finestrini, dall’alto, chilometri di zone desertiche, scombinando ogni giorno, a richiesta la successione delle fermate.
Desideravo tanto rimettere i piedi in terra. Non è mai facile farlo, soprattutto dopo un lungo viaggio. Ci si abitua presto a profumi, odori, sapori diversi: entrano dentro di noi prima suonando i campanelli d’allarme e bussando piano alla porta, e poi come bambini allegri che corrono nella cucina di casa, dopo aver giocato in cortile.
La sera per cena era in menù la zuppa al salmone.
Probabilmente, stava già brontolando sul fuoco, lanciando lapilli e spruzzi sui fornelli. La cuoca era un’anziana signora di Reykjavik. La proprietaria dell’albergo ci aveva raccontato che la sua amica seguiva ancora l’antica ricetta vichinga nel preparare quel brodo ricco e prezioso che pretendeva un rituale molto elaborato. Aveva anche affermato sicura, con un tono che non ammette repliche, che il particolare gusto intenso del pesce islandese non aveva pari al mondo. Eroi i pescatori, eroi i pesci a certe latitudini!
Un profumo denso, leggermente affumicato invadeva la sala. Il pane nero cotto al forno nel pomeriggio aveva fatto appannare i vetri delle piccole finestre. Sulla tovaglia ricamata era già pronto un panetto di burro aromatizzato: si stava inebriando beatamente di vapore tiepido, prima di essere spalmato sui crostini. Il vino rosso che avevo ordinato poco prima, italiano, era assopito accanto alla candela. Stava recuperando gli aromi fruttati, l’odore caldo dell’erba falciata, l’amara resina di legni preziosi che presto avrebbero risvegliato ricordi di mari caldi, di terre generose, e di un sottile profumo di casa.
Subito dopo cena era tornato ancora, improvviso e imperioso, quello strano desiderio di piedi in terra.
Sono uscito a far due passi e nonostante il freddo pungente ho tolto le scarpe. Scalzo, ho fatto un giro nel parco. Ho sentito il fango viscido penetrarmi tra le dita e gli aghi secchi dei cespugli pungermi la pelle indifesa, li ho lasciati fare. Le piccole rocce che emergevano tra l’erba e il muschio, lisce e scivolose, hanno offerto la loro superficie più piatta al mio cammino su quella strada invisibile, non lastricata. Poi finalmente, in uno spazio aperto, l’ho sentito. Ho avvertito sotto di me un calore buono. Passava proprio di lì, era un fluido arterioso pulsante. Ho sentito il battito della terra sotto i piedi. L’ho ascoltato per qualche attimo interminabile, ho lasciato che le sue vibrazioni percorressero il mio corpo scuotendolo con piccoli sussulti provenienti da lontano, ritmati dal cuore.
E’ passato molto tempo da allora, ma quelle sensazioni vivono ancora forti nei miei ricordi, ribollono vivaci in acque sulfuree.
Molti mi chiedono perchè quando scrivo resto scalzo. – E’ una vecchia abitudine che ho preso tanti anni fa, in un mio viaggio in Islanda – rispondo, e scorgo intorno sguardi increduli farciti di contorni stile “saranno vezzi d’artista”. Non posso dire loro che è il mio modo segreto di restare in contatto col popolo sotterraneo, le vocine che ispirano i miei racconti. Li inquieterebbe, inquieterebbe anche me del resto. Cerco di pensare che sia più per la necessità di non staccarmi mai troppo in volo, per ricordarmi di tenere, almeno quelli, i piedi in terra.
SEZIONE FAVOLA ADULTI
IL SORRISO DEL PIANTO DIMENTICATO
Elisabetta Comastri
Questa storia vuol raccontare di una lagnanza, di uno scontento o, se più vi piace chiamarla così, di una lamentela: la lamentela del Pianto.
Sì, perché nel tempo di cui si sta per parlare, il Pianto si lamentava assai della sua sorte. Aveva ormai chiaro il quadro del suo destino, della sua nera realtà: il Pianto era odiato dagli uomini. Ed era destino ormai ufficiale da tempo, che si manifestava nelle più chiare ed inequivocabili delle azioni: gli uomini lo fuggivano, lo maltrattavano, lo denominavano coi più innegabilmente negativi fra gli aggettivi, finendo non di rado per definirlo “disperato”, “straziante”, “angosciante”, non mancando di precisare come “amare” le lacrime sue ancelle. Eccolo dunque reietto, abbandonato nella solitudine cosmica, al di sopra delle nubi e del vento, quasi dimentico ormai del suono della parola “Grazie” e del profumo della riconoscenza. Ricordava appena, ormai, datane la distanza, i tempi lontani in cui ancora veniva riconosciuto il merito almeno al Pianto liberatorio, e si benedicevano addirittura le Lacrime di sfogo; o addirittura tornava a sprazzi alla sua memoria una serie di esperienze di chissà che lontano passato in cui si riceveva richiesta, allo sportello dei servizi del Palazzo della tristezza, di lacrime di gioia o di commozione.
Ora non c’era più nulla di tutto questo.
Il Ministero della Ilarità popolare aveva ormai sottratto portafoglio e poteri ad ogni seggio delle lacrime. Era cambiata la società e pare che ormai nessuno avesse più cuore o voglia di piangere, anche solo per sfogarsi o liberarsi di un magone: gli uomini erano più disposti a soffocare i loro sentimenti amari piuttosto che essere guardati di sbieco o addirittura in tralice da passanti sospettosi ed avidi di pene e guai da raccontare.
C’erano paparazzi della disgrazia sempre in agguato, ad ogni angolo di strada, e la gente era proprio stufa, oramai, di correre il rischio di ritrovarsi proiettata sui teleschermi, protagonista inconsapevole del più in voga dei programmi del secolo: “Il grande fardello”. Pare che si sia arrivati a share da primato e a incassi o stipendi da capogiro per il compenso ai giornalisti e ai fotografi che avessero catturato anche il semplice pianto di un bambino. Notizia che circolava dopo l’ultimo dei festival della canzone internazionale era che il pezzo vincitore del primo premio era risultato “Una lacrima in un pugno”.
Serpeggiava pertanto, comprensibilmente, in giro per le strade del mondo, un desiderio di risa e di divertimento che potremmo anche definire comprensibile. Ma che, ad onor del vero, in alcune sacche sociali problematiche o zone più disagiate, aveva assunto anche brutte pieghe, degenerando in spirito ridanciano e determinazione di situazioni goderecce. Non di rado l’aver procurato del male a qualcuno diventava buon motivo non più per piangere lacrime di pentimento, bensì per regalarsi una vacanza in crociera o un tour gastronomico sponsorizzato dall’Accademia “Good food”. E ancora, l’aver mancato ai propri doveri nei confronti del fisco era spesso una valida ragione per ridere a crepapelle alla guida di un’auto nuova. Per i giovani infine, aver preso un brutto voto per pura negligenza forniva la migliore delle occasioni per un pizza party da organizzare al volo con gli amici, in compagnia di elisir variamente inebrianti e con gara di barzellette finale.
Era un bel lottare, e invano, quello del nostro amico Pianto, che non aveva torto a sentirsi non solo triste per non ricevere il benché minimo ringraziamento per alcuno dei suoi poteri riflessi, ma per sentirsi ormai, a tutti gli effetti, tagliato fuori dal mondo. Non poteva proprio fare altro che rinchiudersi in se stesso e …di se stesso cibarsi. Fino all’ultimo pare che si sia dato da fare per reagire, attaccandosi alla sensibilità degli innamorati al cinema o delle mamme con in braccio i loro bimbi appena nati, ma c’era stato ben poco da fare.
Il mondo aveva solo voglia di ridere e a qualsiasi prezzo, anche pagando con la moneta della contraddizione. Il Pianto pensò anche di provare a distrarsi con una vacanza, ma con lo stato d’animo che si era ormai impadronito di lui lo avrebbero accolto solo in un mare (o al massimo in una valle) di lacrime!
Viveva le sue ore come inseguito dalla propria ombra, come fosse stato colpito dalla disgrazia opposta a quella di Peter Pan: aveva lui stesso sentito parlare di quello strano personaggio, protagonista delle più rocambolesche avventure a causa dell’ansiosa ricerca della sua ombra perduta. E pensare che a lui, al pianto, invece, sarebbe piaciuto così tanto scrollarsela di dosso, perderla per sempre, e magari limitarsi ad essere, per l’eternità, il Pianto di Gioia che accompagna l’emozione alla fine di una bella fiaba.
Ma gli uomini, in realtà, hanno già da tempo rinunciato anche a questo tipo di pianto, pur di non correre il rischio di peccare di incoerenza e dimostrare al cielo di voler buttare tutte le lacrime, ogni tipo di pianto, alle spalle.
A giudicarla dall’esterno era questa proprio una situazione di quelle difficili, e a pensarci su potrebbe quasi far venire il nodo in gola.Tutto sembrava difficile da risolvere, da sbloccare.
Fu in un giorno di pioggia che qualcosa cambiò. Era uno di quei giorni grigi, dai tristi colori, con un cielo che a guardarlo risulta apparentemente il meno adatto alle imprese, alle partenze per nuove mete… Chissà che non fosse addirittura un Martedì, o un Venerdì…
La pioggia veniva giù con l’entusiasmo adatto a crear nuovi laghi o riportare in vita vecchi fiumi, e il sole non provò nemmeno ad entrare in competizione, quel giorno.
Il pianto, dal canto suo, quel giorno, poteva dire di sentirsi come parte di un tutto, fuso con l’universo intero. E sentì complice in un certo senso l’intero cielo, vestito, per quella occasione, di un soffice mantello di nubi ed un cappello di vento. Con quel cielo per amico, prese coraggio, il Pianto, e scese sulla Terra con l’intenzione di insinuarsi nei luoghi dove meno l’uomo si sarebbe aspettato di trovarlo, per coglierlo di sorpresa e compiere così la sua vendetta, a riscatto di un abbandono che aveva ridotto la sua intera vita…ad un pianto!
Così, nello stesso giorno, d’improvviso, ci fu chi si sorprese di trovarlo contemporaneamente nei posti più inaspettati.
Ecco il pianto nascosto fra i volantini pubblicitari o i fac-simile delle schede elettorali sparsi lungo i marciapiedi o appesi ai muri gli uni, fermate sotto i tergicristalli delle auto o infilate alla meglio nelle cassette delle lettere le altre: e per piombare all’improvviso davanti agli sguardi a dir poco inebetiti degli umani, il Pianto scelse in quel caso di indossare uno dei suoi abiti più affascinanti, indossando il tailleur del Pianto degli alberi.
Altri lo videro sbucar fuori all’improvviso con tutt’altro abbigliamento, quello dal taglio forse più commovente, e cioè la tuta del PIANTO DEI BAMBINI: così abbigliato lo si ritrovò niente di meno che infiltrato negli spot promozionali della pubblicità televisiva o dei manifesti sui muri, nascosto proprio dietro ai più splendenti dei sorrisi di bimbi e bimbe stregati dall’inconsapevolezza.
Altri ancora lo rintracciarono, avvolto nel suo mantello cosmico trapunto di stelle, fra i cirri più spettinati oltre il primo strato di foschia, all’orizzonte, mentre faceva capolino nella forma di PIANTO DEL CIELO, col colore scuro, freddo metallico dell’aria nera che avvolge i reattori nucleari.
Fu col suo vestito più suadente invece, innegabilmente abbigliato come il PIANTO DELL’AMORE, che volle sorprendere gli sprovveduti saltando fuori all’improvviso dalle righe e dai titoli degli articoli di giornale dedicati in quel giorno agli stupri.
Si vestì poi anche dell’abito di rappresentanza, per risuonare con singhiozzi cupi e cadenzati in una delle forme di se stesso a cui più, da sempre, teneva: il PIANTO DEL DIRITTO. E lo fece piombando, senza preavviso, nell’intricata selva dei privilegi dei parlamentari, o dei politici locali, o dei vecchi e nuovi dignitari delle tante corti ancora in auge nel nostro millennio.
Con un abito più sobrio ma non meno elegante, gli piacque quel giorno essere anche PIANTO DI UN FIORE, reciso grondante di rugiada chissà da quale mano distratta, da quale cuore in apnea. Di sicuro a strapparlo via dalla luce del primo mattino fu qualcuno che dimenticò del tutto di donarlo a qualsiasi mano, a qualunque chioma, sulle quali avrebbe almeno potuto vivere l’ultima sua gloria e giustificare, almeno in parte, la sua inesorabile fine. Con il dolore aggiunto di non aver avuto né modo né tempo per salutare la sua amica ape, che di lui beveva ogni giorno poco prima del tramonto, nel momento immediatamente precedente al chiudersi dei petali su se stessi.
Nudo di ogni orpello, di ogni veste o copertura, il pianto fu anche PIANTO DELLA VITA e, quasi confuso col suono di un grido, lo si vide uscire da sotto il burqa delle mogli di un afgano e dai fucili imbracciati a fatica da bambini soldato coinvolti, anche quel giorno nelle guerre ancora accese in così tanti angoli del pianeta.
Così, nel medesimo giorno, si dice addirittura nel medesimo istante, il pianto raggiunse gli occhi di tutti coloro da cui era stato visto e che all’unisono, grondanti di lacrime, si ritrovarono tutti, anche loro, in quel giorno di pioggia, in sintonia con l’universo.
E non poterono non notarsi l’un l’altro, gli umani, quel giorno, e riscoprirsi così uguali, anche i più abitualmente diversi fra loro, senza ancora capire il perché di quella estemporanea concomitanza di pianto. Come una grande angoscia collettiva sembrava averli rapiti e raccolti lungo le strade, nelle piazze, alle finestre, sul ciglio di un prato o sulla soglia delle case, con le mani vuote di risposte e gli occhi pieni di pianto. Ed ecco allora cosa accadde: forse fu perché ciascuno nel suo cuore non fidava di trovare risposta sulla terra al motivo di quelle lacrime, o forse per un istinto di cui nessuno saprebbe dar ragione, fatto sta che ciascuno, quasi all’unisono, all’improvviso, volse il proprio sguardo verso il cielo.
Il Pianto, proprio in quel momento, aveva tentato di sporgersi da dietro le due nubi gemelle a cavalcioni delle quali si era nascosto e seduto, per riposarsi anche un po’. Nello sporgersi si era forse sbilanciato e una delle due nubi si era fatta di lato rispetto all’altra, per effetto della spinta. Fu per questo che per un attimo si aprì uno squarcio di cielo e un raggio di sole più veloce degli altri riuscì a passarvi in mezzo e ad arrivare, fulmineo, fino al di là della cortina di nubi.
Intanto il Pianto, sbirciando anche lui rapido, fece appena in tempo a vedere giù a terra, tutte quelle paia d’occhi ancora piene di…lui…, rivolte all’insù, forse a cercarlo, a chiedergli scusa e ragione. E proprio mentre il Pianto sbirciava, il raggio fuggiva, ed ogni lacrima brillava, al Pianto parve di scorgere in ogni viso un sorriso, più variopinto dell’arcobaleno, sfumato nei colori dei mille volti diversi sui quali ogni sorriso si accendeva, illuminato da un raggio di sole. Ed anche se per un attimo lo colse il dubbio che quei sorrisi dietro alle lacrime fossero rivolti non a lui ma al raggio di sole, volle anche sperare di aver in parte sfogato la sua sete di vendetta. Ma soprattutto volle credere di poter essere ripensato in modo diverso, nel ricordo dei vari abiti che quel giorno aveva vestito per sfilare davanti agli occhi degli umani sulla passerella della vita. Volle credere di poter essere considerato come occasione per uscire, nonostante le tempeste, tutti allo scoperto, per sollevare insieme gli occhi al cielo e ritrovare, nascosto proprio dietro le lacrime, l’arcobaleno di un sorriso
SEZIONE RAGAZZI
AUTORITRATTO
Alessandro Cerati
I CAPELLI
Criniera di cavallo mossa dal vento
morbida coperta per il mio cervello
casco lucente e colorato
soffice prato appena tagliato.
GLI OCCHI
Pietre preziose che illuminano il viso
piccole finestre spalancate sul mondo
biglie colorate sempre in movimento
veloci proiettili che colpiscono il cuore.
LE ORECCHIE
Piccole rose che accarezzano il viso
sottile sfoglia da mordere
registratori silenziosi che catturano le parole
casse acustiche che si aprono alla musica.
IL NASO
Morbida plastilina da modellare
minuscolo aspiratore di profumi e di odori
clacson carnoso da schiacciare
livido ghiacciolo da riscaldare.
LA BOCCA
Grazioso cuore di morbida seta
dolce forno di gustosi sapori
lama tagliente rosso fuoco ma anche
scrigno prezioso di parole sussurrate.
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